Finanza

La cessione del quinto nell’era del Jobs Act

La questione del credito alle famiglie continua ad essere molto pressante per un paese come l’Italia ancora alle prese con i gravi problemi conseguenti da una crisi economica che sembra non voler lasciare il passo alla ripresa definitiva. In questo quadro, se sembrano ormai lontani i tempi del credit crunch messo in atto dal sistema bancario per fare fronte al problema dei crediti deteriorati, va comunque sottolineato come permangano alcune strozzature di non poco conto. In particolare, la vera e propria rivoluzione in atto nell’ambito dei rapporti lavorativi, dovuta soprattutto all’avvento del Jobs Act, potrebbe avere conseguenze di non poca portata sul rapporto tra istituti creditizi e clientela, soprattutto quei lavoratori indicati nei rapporti istituzionali come atipici. Un problema di non poco conto, di cui si è dovuto prendere carico anche il sistema bancario.

Secondo molti economisti, nei prossimi anni in Italia sparirà definitivamente il posto fisso. È la diretta conseguenza del varo del contratto a tutele crescenti previsto dalla riforma del lavoro messa in campo dal governo Renzi. Un fatto di grande rilievo, in quanto come è ormai noto le banche prima di approvare un finanziamento mettono in campo un’istruttoria tesa a capire la reale capacità creditizia di colui che richiede un prestito. In particolare, a essere messa sotto la lente d’ingrandimento è la posizione lavorativa, ovvero la sussistenza di un contratto a tempo indeterminato sul quale poter impostare con sufficiente tranquillità il piano di rientro del finanziamento accordato.

Tra le forme di prestito che si fondano su questo presupposto c’è in particolare la cessione del quinto, ovvero quel finanziamento non finalizzato nel quale il rimborso ha luogo per mezzo di una trattenuta, la quale viene operata su una quota dello stipendio o della pensione. A chiedere il finanziamento possono quindi essere non solo lavoratori dipendenti, ma anche pensionati, pubblici e privati. Solitamente per avere la possibilità di riceverlo occorre essere in ruolo da almeno tre anni e proprio qui il Jobs Act potrebbe avere ripercussioni su larga scala, in quanto la possibilità del licenziamento per motivi economici potrebbe spingere gli istituti finanziari a non rischiare, operando una nuova stretta sui criteri di ammissione.

Se infatti le banche sino ad ora hanno concesso con una certa facilità questo tipo di prestito, sapendo che il consenso al prelievo sulla busta paga da parte del lavoratore non può essere revocato, la nuova situazione potrebbe spingere le stesse a chiedere nuove garanzie in particolare a coloro che sono stati assunti con il contratto a tutele crescenti. In pratica, potrebbero aumentare le richieste di ulteriori garanzie. Richieste tali da andare a rendere più farraginose procedure che sinora sono sempre procedute in maniera abbastanza spedite, anche in presenza di richiedenti che avevano avuto in passato difficoltà ad ottemperare ai piani di rientro o che magari erano annoverati tra i cosiddetti cattivi pagatori. Una situazione quindi tale da poter riproporre quelle difficoltà nei rapporti tra banche e clientela che pure nel corso degli ultimi mesi sembravano essere state finalmente superate.

 

 

 

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